Negli ultimi anni sono stati sviluppati farmaci che, oltre a controllare la glicemia, aiutano anche a proteggere il cuore. Ma funzionano davvero? Sono efficaci allo stesso modo per tutti?
Uno studio del VIMM – dal titolo “Stratifying cardiovascular benefits from GLP-1RA: a multisource analysis of patient-level CVOT and real-world data using AI-driven methods”, pubblicato su Cardiovascular Diabetology – ha provato a rispondere proprio a queste domande.
Il team di ricerca, guidato dal Principal Investigator del Veneto Institute of Molecular Medicine Gian Paolo Fadini, ha analizzato enormi quantità di dati, unendo i risultati di grandi studi clinici con quelli raccolti nella vita reale, cioè dalle cartelle mediche di migliaia di pazienti.
In questo modo i ricercatori hanno potuto verificare se i benefici osservati negli studi si vedono anche nella pratica quotidiana. La risposta è sì: questi farmaci riducono davvero il rischio di eventi cardiovascolari gravi, ma la scoperta più interessante è che non tutte le persone ne traggono lo stesso vantaggio. In particolare, gli anziani sopra i 70 anni che non avevano mai avuto infarti o ictus sono quelli che beneficiano di più del trattamento.
In loro, il rischio di problemi cardiaci si riduce in modo significativo rispetto ad altri gruppi di pazienti.
In sintesi, lo studio dimostra che usare in modo intelligente i dati può aiutare i medici a scegliere il farmaco giusto per una determinata persona.
È un passo importante verso una medicina più personalizzata, che punta non solo a curare il diabete, ma anche a prevenire problemi seri al cuore.



