Intervista a Sylvain Bellenger

1 October 2026

Prof Bellenger, dopo tante esperienze in tutto il mondo cosa l’ha portata a Padova e al VIMM?

Tutto nasce da un incontro, prima ancora che da un progetto. Conoscevo già Padova, che ho visitato più volte dall’infanzia all’adolescenza, e che per me rappresenta uno dei luoghi fondativi del Rinascimento italiano, per l’importanza straordinaria del suo patrimonio artistico.
L’occasione concreta è nata quando la Presidente del VIMM Giustina Destro, che conosceva il mio lavoro, mi ha proposto di riflettere su una mostra dedicata ai rapporti tra arte e scienza.
A partire da questa proposta, l’incontro è diventato più profondo, quello con un’istituzione scientifica di altissimo livello, ma anche con una comunità di ricerca capace di interrogarsi sul proprio linguaggio visivo. Il trentesimo anniversario rappresentava un’occasione rara non solo per celebrare un percorso scientifico, ma anche per riflettere su come la scienza si rappresenta e su come costruisce immagini per rendere visibile ciò che per definizione non lo è.

Che idea si è fatto del mondo della scienza e della ricerca?

Ho scoperto al VIMM un mondo molto più vicino all’arte di quanto immaginassi.
Ho compreso che la creatività e il rigore, tanto in ambito artistico quanto in quello scientifico, condividono una stessa disciplina, le stesse esigenze, e che entrambi sono profondamente legati alla costruzione e all’interpretazione delle immagini.
La ricerca scientifica è un processo di costruzione di forme, di interpretazione, di scelta. Le immagini prodotte nei laboratori – penso alla microscopia e alla visualizzazione cellulare – non sono mai neutre: implicano decisioni, codici, e persino una dimensione estetica.
Ciò che mi ha colpito è la tensione costante tra rigore e immaginazione.
La scienza cerca l’esattezza, ma per raggiungerla deve attraversare territori che richiedono intuizione, capacità di vedere oltre il dato immediato.
In questo senso, il ricercatore e l’artista condividono una stessa postura: quella di chi esplora l’invisibile.

Qual è, secondo lei, il rapporto tra scienza e arte, oggetto della mostra del Trentesimo anniversario dell’istituto?

Il rapporto è proprio l’immagine.
Viviamo oggi immersi in un flusso continuo di immagini che invadono le nostre vite, soprattutto attraverso i social media, e che sempre più spesso sono incontrollate, talvolta manipolate o persino generate dall’intelligenza artificiale.
In questo contesto, le immagini prodotte dal VIMM e quelle dell’arte condividono una natura profondamente diversa rispetto a quelle della comunicazione quotidiana. Sono immagini che nascono da un processo di riflessione, di ricerca, di costruzione, immagini che non si limitano a mostrare, ma che interrogano.
Le forme del visivo sono sempre delle letture del mondo.
Artisti e scienziati condividono anche un uso fondamentale del colore, che non è mai decorativo ma diventa un vero supporto di senso, uno strumento di interpretazione e di lettura del reale.
Non si tratta quindi di due mondi separati che si incontrano, ma di due modalità diverse di conoscenza che storicamente sono state a lungo unite.
Arte e scienza condividono una stessa origine: il desiderio di comprendere e rappresentare il reale.

Può raccontarci la filosofia della mostra e l’idea che ha ispirato il percorso espositivo?

La mostra nasce da una domanda semplice: cosa vediamo davvero quando guardiamo la bellezza di un’opera d’arte o di un’immagine scientifica, e cosa vediamo quando guardiamo un’immagine?
Il percorso non è costruito come una dimostrazione didattica, ma come la scrittura di una poesia.
Le immagini scientifiche dialogano con le opere d’arte non per analogia superficiale, ma per risonanza, forme, colori, strutture, ma anche tensioni emotive e concettuali.
Ma la mostra è stata pensata anche come una festa, un vero e proprio incanto visivo.
Le composizioni lunari di Lucio Fontana, le astrazioni di Wassily Kandinsky, le ricerche materiche di Jean Fautrier e di Wols, così come lo stupore suscitato dai disegni neurologici di Santiago Ramón y Cajal, provocano la stessa meraviglia delle immagini più affascinanti dell’imagerie medica.
Abbiamo voluto giocare con questa bellezza, facendole incontrare come in un sogno, come nella scrittura di una poesia, dove la verità poetica non si oppone alla verità scientifica, ma induce un’altra forma di verità. L’idea di fondo è che la conoscenza non è mai univoca, ma che solo mettendo in relazione linguaggi diversi si possa avvicinare una comprensione più ampia del reale.

“La Terra è blu come un’arancia”. Perché questo titolo?

Il titolo è tratto da un verso di Paul Éluard, “La terre est bleue comme une orange”, pubblicato nel 1929 nella raccolta L’Amour, la poésie, nel cuore dell’esperienza surrealista.

“La terra è blu come un’arancia Mai un errore, le parole non mentono Non vi danno più da cantare È il turno dei baci di intendersi”.

Ho voluto un titolo provocatorio perché introduce una contro-verità che sospende il principio di evidenza.
Il surrealismo opera precisamente in questo scarto, forzando i limiti del ragionamento per aprire l’accesso a una dimensione in cui l’inconscio non è l’opposto della coscienza, ma una delle sue forme costitutive.
Nel contesto della mostra, questa tensione diventa un principio di lettura.
L’immagine, sia scientifica sia artistica, non restituisce il reale, ma lo costruisce secondo codici che lo rendono pensabile.
“La terra è blu come un’arancia” non è dunque un paradosso, ma l’enunciazione di una condizione: ciò che vediamo non coincide con ciò che è, ma con le forme attraverso cui lo conosciamo.
Questa stessa dimensione, con mia sorpresa meravigliata, l’ho ritrovata nel mondo dei ricercatori del VIMM, dove la sensibilità appare come una delle prime virtù intellettuali, così come lo è per gli artisti.

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