LA SCOPERTA DEL MESE – GIUGNO 2026

La Scoperta del Mese è la nuova rubrica di VIMM dedicata ai risultati più rilevanti dei nostri ricercatori. Condivideremo, con cadenza regolare, i progressi scientifici resi possibili anche grazie al vostro sostegno. Oggi vi raccontiamo una nuova ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Stroke dal team guidato da Maurizio Corbetta, che ha studiato come il cervello cambia nei mesi successivi a un ictus.

25 June 2026

Oggi vi raccontiamo una nuova ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Stroke dal team guidato da Maurizio Corbetta, che ha studiato come il cervello cambia nei mesi successivi a un ictus.

La sfida

In Italia, l’ictus è la terza causa di morte (dopo le malattie cardiovascolari e i tumori) e la principale causa di disabilità. Ogni anno si registrano circa 150.000 – 200.000 nuovi casi, il che significa che nel Paese si verifica un evento ogni 4 minuti. 

Anche quando il danno iniziale interessa una specifica area del cervello, le conseguenze possono estendersi ben oltre la lesione visibile, influenzando il movimento, il linguaggio, la memoria e altre funzioni cognitive.

Sappiamo che dopo un ictus il cervello cerca di riorganizzarsi per recuperare le funzioni perdute. Tuttavia, non è ancora chiaro come evolvano nel tempo le connessioni tra le diverse aree cerebrali e quale sia il loro ruolo nel recupero dei pazienti.

Per rispondere a questa domanda, i ricercatori hanno seguito nel tempo persone colpite da ictus, combinando tecniche avanzate di risonanza magnetica e valutazioni cliniche.

Lo studio ha dimostrato che l’ictus provoca alterazioni diffuse nelle connessioni della sostanza bianca, la rete di fibre nervose che collega tra loro le diverse regioni del cervello.

I ricercatori hanno osservato che:

• i cambiamenti nelle connessioni cerebrali non si limitano all’area colpita dall’ictus;
• il deterioramento di alcune fibre nervose continua anche nei mesi successivi all’evento acuto;
• le alterazioni più precoci delle connessioni cerebrali sono associate ai deficit cognitivi osservati nei pazienti;
• i cambiamenti microstrutturali delle fibre nervose risultano invece maggiormente collegati alle difficoltà motorie.

Uno dei risultati più interessanti è che la degenerazione delle connessioni cerebrali continua a evolvere nel tempo, anche quando il recupero clinico è già iniziato.

Perché è importante

Questa ricerca aiuta a comprendere meglio come il cervello reagisce dopo un ictus e quali meccanismi influenzano il recupero.

Capire come si modificano le connessioni cerebrali potrebbe contribuire a:

• identificare precocemente i pazienti a maggior rischio di deficit persistenti;
• sviluppare strategie riabilitative più mirate e personalizzate;
• individuare nuovi biomarcatori per monitorare l’evoluzione della malattia;
• migliorare la comprensione dei processi di recupero cerebrale.

Nei prossimi anni il team continuerà a studiare come le connessioni cerebrali si modificano dopo un ictus e come queste informazioni possano essere utilizzate per prevedere il recupero individuale dei pazienti.

L’obiettivo è sviluppare strumenti sempre più precisi per guidare la riabilitazione e personalizzare gli interventi terapeutici sulla base delle caratteristiche di ogni persona.

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