Dopo l’ampia intervista a Francesco Micheli, che trovate nel VIMM News di dicembre, ospitiamo in questo numero una conversazione con Nicola Elvassore per farci tracciare un bilancio dei suoi due anni da Direttore Scientifico del nostro istituto e raccontarci a che punto è arrivata l’attività del VIMM, quali sono le novità e gli obiettivi per il 2025 e qual è la sua opinione sullo stato di salute della ricerca nel nostro Paese.
Buona lettura!
Nicola Elvassore, da poco di più di due anni sei Direttore Scientifico del VIMM. Cosa è successo in questi 24 mesi?
È stato un periodo intenso ed entusiasmante, in cui ci siamo cimentati in moltissime sfide e abbiamo profuso un impegno costante per fare del VIMM un’eccellenza sempre più conosciuta e apprezzata. Abbiamo portato avanti ricerche in molti ambiti, ricevuto importanti riconoscimenti e finanziamenti dalle principali istituzioni italiane e europee, aumentato il numero di pubblicazioni e rinnovato completamente lo Scientific Advisory Board che supervisiona l’attività scientifica che viene condotta nel nostro istituto,
Siamo a buon punto, anche se il lavoro da fare è ancora molto, e non solo dal punto di vista scientifico: gestire e coordinare il lavoro di tutti i giorni di un team di 260 ricercatori e 12 Principal Investigator non è banale, soprattutto in termini di obiettivi, di tempi e di strumenti con cui intendiamo raggiungerli.
Quali sono i principali cambiamenti che ha voluto introdurre con il suo mandato da Direttore Scientifico? E che risultati stanno portando?
Uno degli elementi distintivi del VIMM, che lo rendono un centro di eccellenza polifunzionale, è la volontà di studiare e approfondire diversi filoni di studio: dalle neuroscienze alle malattie oncologiche, dalle patologie muscolari e scheletriche allo studio delle cellule e dei mitocondri, passando per lo studio del metabolismo e della medicina molecolare, i nostri team esplorano quotidianamente diversi ambiti della ricerca biomedica.
Uno dei compiti e degli obiettivi che mi sono posto da Direttore Scientifico è stato quello di concentrare le energie e le risorse del nostro istituto, facendo passare i filoni di ricerca da più di venti ambiti a cinque ambiti principali. Questo ci consente non solo di focalizzarci meglio, ma di valorizzare le diverse competenze ed esperienze che convivono qui in un approccio e in un intento comune, comprendere meglio le cause delle malattie e sviluppare percorsi terapeutici per migliorare la qualità della vita.
In una frase, fare buona ricerca e metterla al servizio delle persone.
Tantissimi giovani ricercatori, molti laboratori con differenti specializzazioni. Come si fa a mantenere alta la concentrazione?
Facendo capire a tutti loro il valore di quello che fanno e facciamo ogni giorno: quello del ricercatore è un lavoro che richiede moltissima pazienza, attenzione e capacità di non arrendersi. A volte può essere difficile, ma quando si riesce a individuare una correlazione o si individua un meccanismo cellulare che può portare sviluppi promettenti in chiave terapeutica si vivono emozioni molto forti.
Una cosa che ho imparato, insegnando anche in Università, è che per motivare i ragazzi e farli rendere al meglio non servono regole o codici di comportamento, ma la capacità di trasmettere loro passione, entusiasmo e senso di appartenenza.
Tornando al tema dei riconoscimenti, nel giro di pochissimi anni ben 5 ricercatori del VIMM hanno ricevuto un finanziamento dall’European Research Council. Di chi è il merito?
Il merito è di un team eccezionale e della capacità di portare avanti un lavoro di ricerca di altissimo livello sui diversi topic. Senza dubbio il VIMM è un ambiente e un contesto ideale per chi fa ricerca, perché si generano molte sinergie dallo scambio e dalla condivisione degli spazi e dei progetti a cui si lavoro. Altri fattori importanti sono sicuramente il territorio e i nostri partner: Padova ha un’Università con un prestigio internazionale, a cui si affiancano istituzioni locali e una comunità attenta e ricettiva, sia dal punto di vista dei contributi e dei finanziamenti che della capacità di capire i tempi e le necessità del lavoro scientifico. Questo mix di fattori ha permesso la nascita di una rete di centri di ricerca di altissimo livello, che sono il bacino ideale per creare competenze, attirare talenti e supportare progetti pluriennali.
Parliamo della sua ricerca. Su cosa si concentra?
La mia ricerca si concentra sull’ingegneria delle cellule staminali e sulla creazione di modelli in vitro affidabili per studiare lo sviluppo umano e le malattie. Il mio laboratorio combina competenze interdisciplinari in biologia, biotecnologie, scienza dei materiali e ingegneria per sviluppare strumenti micro-ingegneristici e biomateriali innovativi. Lavoriamo su cellule staminali pluripotenti umane, con particolare attenzione alla riprogrammazione cellulare, all’auto-organizzazione in 3D e alla differenziazione, con l’obiettivo di generare tessuti artificiali e organoidi. In sintesi, il nostro lavoro mira a comprendere meglio le basi molecolari delle malattie e a creare modelli avanzati che possano supportare la ricerca biomedica e lo sviluppo di nuove terapie.
Come sarà il 2025 del VIMM? Su cosa si focalizzerà l’attività di ricerca?
Il 2025 sarà un anno di consolidamento e crescita per il VIMM, con un forte focus sulla ricerca traslazionale e sull’innovazione tecnologica applicata alla biomedicina. Svilupperemo sia progetti nazionali che europei coprendo tutte le nostre linee di ricerca e punteremo a rafforzare le collaborazioni internazionali e le sinergie con istituzioni accademiche e cliniche, per accelerare l’applicazione delle nostre scoperte in ambito medico. L’obiettivo è continuare a generare conoscenze di frontiera che possano avere un impatto concreto sulla comprensione e sul trattamento delle malattie.
Cosa manca al VIMM per fare ancora meglio?
Al VIMM non manca nulla dal punto di vista delle idee, dei progetti e del percorso per raggiungerli. Mancano il tempo e le risorse per fare tutto quello che vorremmo nei tempi che vorremmo, ma questo credo che sia un problema condiviso da chiunque faccia ricerca. Dal punto di vista delle dotazioni e degli strumenti, grazie allo sforzo compiuto negli ultimi due anni e al sostegno dei nostri partner, abbiamo recuperato un gap importante e ora siamo in grado di competere con istituti e centri di ricerca all’avanguardia a livello mondiale.
E al mondo della ricerca in Italia? Cosa manca?
Forse il coraggio e una visione strategica di lungo periodo. Purtroppo quando si hanno risorse limitate e obiettivi stringenti difficilmente si riesce a programmare qualcosa di importante. Ne consegue che le grandi scoperte vengono fatte quasi sempre al di fuori dei nostri confini, ed è un peccato, perché credo che in termini di preparazione e di talenti non siamo secondi a nessuno.
L’altra cosa che manca, e forse è la principale, è saper offrire ai ragazzi un percorso di carriera scientifica attrattivo. Mi capita spesso di incontrare e di lavorare con molti giovani promettenti che vorrebbero rimanere in Italia, ma sono costretti a trasferirsi all’estero per evitare il precariato o stipendi troppo bassi. Molti dei Principal Investigator del VIMM hanno costruito la propria carriera accademica e scientifica all’estero, e per fortuna hanno deciso di tornare in Italia. Ma molti si formano e crescono qui e una volta partiti non tornano. È una grossa perdita.
Una richiesta o un appello che si sente di fare ai nostri lettori?
Quello che oggi consideriamo parte del nostro patrimonio scientifico è stato oggetto di studio e di ricerca in passato. Se quindi è vero che la ricerca è un investimento sul futuro e sul benessere delle nuove generazioni, non dobbiamo dimenticarci che può avere un effetto determinante sul presente e sulla nostra vita di tutti i giorni.
Quanto all’appello ai nostri lettori e sostenitori, condivido pienamente e sottoscrivo quello lanciato da Francesco Micheli: non pensare mai che una donazione sia inutile o che ci sia “qualcun altro” che può fare meglio e di più. Ogni contributo e ogni stimolo è ben accetto. Anche solo un messaggio o una visita ai ricercatori possono essere importanti e di sprono per fare meglio.




