Professor Pagano, sono passati esattamente 30 anni dalla nascita del VIMM. Cosa ricorda di quel periodo?
«Il ricordo più entusiasmante di quel 1996 è stato vedere finalmente realizzata un’idea innovativa ed entusiasmante: un laboratorio open space, capace di concentrare in un unico luogo i team di ricerca attinenti alle diverse discipline.
Fino ad allora i laboratori erano progettati per una sola persona o per un gruppo molto ristretto, mentre la nostra idea era che ci dovesse essere uno spazio di condivisione e di contaminazione di idee tra diversi gruppi: un modello che il VIMM adotta ancora oggi e che ci caratterizza nel panorama della ricerca mondiale».
Da dove nasceva l’idea del VIMM e perché era necessario creare un nuovo centro di ricerca?
«Da clinico ero convinto – e lo sono ancora oggi – che fosse necessario abbinare alla disciplina clinica una costante attività di ricerca.
Per questo andavo a bussare – spesso personalmente – ai colleghi pre-clinici chiedendo ospitalità per le mie attività di ricercatore. Finché ad un certo punto due colleghi mi dissero che per fare ricerca seriamente avrei dovuto aprire un centro che potesse operare indipendentemente e includere clinici e ricercatori di base sotto un unico tetto: quelle due persone erano il professor Ernesto Carafoli e Stefano Schiaffino.
Di lì a poco, dopo aver trovato i primi fondi e raccolto alcune adesioni importanti, nacque il VIMM».
Quali sono stati i momenti più belli e più significativi di questi 30 anni? Quali le scoperte più importanti?
«A partire dall’entusiasmo dei primi giorni, i momenti belli sono stati tanti, molti dei quali legati alla nascita di team di scienziati che hanno raggiunto nel corso degli anni risultati e fama mondiale. Penso per esempio al gruppo di ricerca sul muscolo e a quello sui mitocondri, che hanno fatto negli anni scoperte sensazionali: una di queste è stata senza dubbio l’individuazione di una molecola che blocca il decadimento muscolare.
Poi più recentemente è nato al VIMM un gruppo di ricerca sugli organoidi, che apre le porte a una medicina assolutamente innovativa. Grazie all’utilizzo di cellule staminali permette di ricreare micro-organi in laboratorio per poi individuare cure personalizzate sulle reali esigenze e specificità del paziente».
Com’è cambiato il mondo della ricerca in questi anni? E dove pensa stia andando?
«Il mondo della ricerca è cambiato in modo sostanziale proprio a cavallo degli anni in cui nacque il VIMM. Si passò dalle ricerche sugli organi a quelle condotte sulle singole cellule e sulle molecole che interagivano con loro: proprio per questo il VIMM prese il nome di Istituto Veneto di Medicina Molecolare.
Un altro passaggio evolutivo importante è stato negli ultimi anni, quando la tecnologia e i super microscopi hanno accelerato notevolmente i nostri studi, consentendoci un livello di valutazione e di precisione molto più sofisticato.
Per il futuro il rischio maggiore è che l’avanzamento degli strumenti tecnologici possa interferire – e in alcuni casi andare contro – a un principio che ritengo fondamentale nel fare ricerca: la dimensione etica, che non deve mai essere messa in secondo piano rispetto al progresso scientifico».
Viviamo tempi – soprattutto dopo il Covid – in cui il metodo scientifico viene spesso messo in discussione. Qual è il suo pensiero in merito e cosa si sente di dire, soprattutto alle nuove generazioni?
«Il rischio per le nuove generazioni è che prevalga l’idea che tutto sia relativo e che per avere successo basti un’idea o un’elaborazione al computer, a scapito di un percorso di ricerca condotto in modo minuzioso e rigoroso.
Proprio per il senso e l’etimologia della parola, ricerca non significa trovare risposte semplici e immediate, ma approfondire e continuare a porsi domande, analizzando in modo critico il proprio lavoro e puntando ad arrivare a risultati che – per ritenersi conclusivi e divulgabili – devono essere controprovati dalla comunità scientifica.
Purtroppo, il mondo dei social e il progresso tecnologico incontrollato spingono a continue semplificazioni e scorciatoie: non è così che funziona la scienza».
Sempre parlando di futuro, cosa augura al VIMM per i prossimi 30 anni?
«Il primo augurio che faccio al VIMM è di riuscire a mantenere il rigore scientifico che lo ha contraddistinto in questi 30 anni, portandolo ad ottenere risultati e riconoscimenti straordinari.
Il secondo, che rivolgo più al nostro Paese e alle Istituzioni, è che si arrivi a capire come un centro di ricerca sostenuto da fondi privati può produrre risultati che a volte sono migliori di quelli ottenuti da strutture pubbliche nazionali e internazionali.
Un pensiero va anche ai nostri giovani ricercatori, a cui abbiamo sempre cercato di fornire un ambiente strutturale e tecnico di alto livello e un contratto di lavoro che offre la possibilità di avere un riconoscimento adeguato e un’identità sociale. Loro ci hanno ricambiato decidendo di restare in Italia o di arrivare da altri Paesi per rendere il nostro istituto un’eccellenza sempre più all’avanguardia.
Loro sono il futuro del VIMM».




